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Dal Ferro ci invita al viaggio con la filosofia Disney/Pixar
Data pubblicazione : 25/07/2019

di Elisa Baiocco

Chi di noi non ha mai usato “hakuna matata” come motto? O non ha mai cantato, a squarciagola ed inventando le parole, la canzone di apertura del Re Leone? Tutto ciò è successo anche durante il PhiloShow “Verso l’infinito ed oltre, filosofia Disney/Pixar”, che si è tenuto a Civitanova Alta lo scorso 21 luglio. Uno spettacolo in cui le performance musicali della Factory, band di Popsophia, hanno intervallato gli interventi del filosofo Riccardo Dal Ferro.

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di Elisa Baiocco

Chi di noi non ha mai usato “hakuna matata” come motto? O non ha mai cantato, a squarciagola ed inventando le parole, la canzone di apertura del Re Leone? O ancora: chi non ha mai ballato “in fondo al mar”, o non si è commosso davanti al finale di Frozen?

 

Tutto ciò è successo anche durante il PhiloShow “Verso l’infinito ed oltre, filosofia Disney/Pixar”, che si è tenuto a Civitanova Alta lo scorso 21 luglio. Uno spettacolo in cui le performance musicali della Factory, band di Popsophia, hanno intervallato gli interventi del filosofo Riccardo Dal Ferro. Quest’ultimo ci ha permesso di leggere (o meglio ri-leggere), i cartoni della Disney con una nuova consapevolezza, indagando il tema del viaggio e dialogando con le trame di alcuni dei capolavori più celebri.

 

“Locke sosteneva fosse molto utile al marinaio conoscere con esattezza la lunghezza della propria fune, sebbene con essa non potesse raggiungere la profondità dell’oceano, che è l’infinito”, ha spiega il filosofo, per ricordare la finitezza dell’individuo che si mette in viaggio. E l’importanza di conoscere se stessi. La Pixar ci mostra che viaggiare è molto più complicato rispetto al semplice fascino che proviamo nei confronti dell’andare oltre: essendo creature finite, possiamo arrivare solo fino ad un certo punto, e trarne degli insegnamenti.

 

Che ci si rifugi nelle proprie emozioni per scappare dalla realtà – come nel caso di Raylee di Inside out -, o che si fugga via per eludere i sensi di colpa, come Simba, la destinazione del proprio viaggio è la medesima: casa, ovvero se stessi.

 

Difatti, l’”hakuna matata” di Simba è interrotto dalle parole di Mufasa: “Ricordati chi sei”. Allo stesso modo, la ribellione di Raylee si seda nell’incontro con l’amico immaginario, che le riporta alla mente la sua provenienza. Onda del mare che avanza per poi tornare indietro, pendolo che si allontana e si avvicina costantemente nello scandire la vita delle cose, ago che fluttua tra la trama di un tessuto, il viaggio riporta sempre a casa.

 

Non dovrebbero allora staticità, noia e fallimento essere le cifre dell’esistenza? Nient’affatto, dal momento che la Pixar prende, come archetipo, Odisseo: il viaggio è una bildung. Quando si ritorna a casa ci si sente in imbarazzo, dal momento che il luogo è cambiato durante l’assenza. Ma soprattutto, il viaggio ha cambiato chi lo ha intrapreso.

 

La fenomenologia del ritorno si nutre, inoltre, anche del viaggio a ritroso. È questo il caso di Coco, che attraversa il mondo dei morti per ritrovare il suo passato: anche lui, in qualche modo, torna a casa. Citando Borges: “Ogni viaggio è la storia di un ritorno, le terre che conquistiamo sono quelle di cui abbiamo già visto l’alba ed il tramonto”.

 

Altro topos del viaggio affrontato dalla Disney-Pixar è quello della volontà civilizzatrice: si viaggia – secondo le parole di Dal Ferro, che cita il romanzo Solaris – “per trovare degli specchi, delle cose che confermano la nostra esistenza”. “Quando siamo in viaggio ci portiamo dietro quello che siamo: ignoranza su noi stessi”, ha continuato il filosofo, per poi citare Pokaontas. Nel cartone, una volta entrati in contatto con esseri umani in cui gli europei fanno fatica a specchiarsi, paura e violenza dominano le loro reazioni, caratterizzate dal bisogno di affermare la superiorità del loro modo di essere rispetto a quello degli individui alieni. Il migliore atteggiamento è invece – ci mostra la Pixar – quello dell’ascolto dell’altro, del permettere al diverso di fenomenizzarsi. In questo modo dall’incontro si esce arricchiti, le distanze si avvicinano, i muri del pregiudizio si abbattono, e ci si scopre più simili, più specchi di quanto si sarebbe mai potuto immaginare.

 

Ciò fa comprendere che, citando il relatore, “l’alieno peggiore sono io, quando il viaggio mi impone di guardarmi, di chiedermi chi sono. Il viaggio mi spoglia delle finzioni delle illusioni”. Ecco cosa accade in Wallie, in cui l’intelligenza artificiale della navicella spaziale – in apparenza l’antagonista della storia – non è qualcosa di esterno, bensì qualcosa di umano: la proiezione della nostra specie, ricoperta di pregiudizi, paure, angosce. Il viaggio è per sua natura ontologica relazione: si entra in contatto con luoghi e persone aliene. Serve un viaggio per conoscersi. In ultima analisi, condizione necessaria a tal fine è l’esistenza di un altro che permette al soggetto umano di incontrare se stesso.

 

Definito come viaggio fuori e all’interno di sé, caratterizzato dal ritorno a casa e dall’incontro con l’altro, Disney-Pixar ha creato un immaginario collettivo dell’erranza che si è andato evolvendo. E continua a farlo. Nelle parole di Lucrezia Ercoli, direttrice artistica di Popsophia: “Oggi anche l’happy ending è più complesso, l’antagonista è stato interiorizzato, il bene e il male risiedono all’interno del protagonista, che lotta con paure e fantasmi, il pericolo è perdere la propria identità”.

 

In un contesto come quello odierno, in cui – direbbe il filosofo Anders - l’immaginazione è messa a tacere dall’ipertrofica bulimia delle immagini di cui siamo inondati, occorre più che mai immaginare. E quale stimolo migliore di un Disney-Pixar per sollecitare questo senso, per perdersi nei croccanti angoli della personalità dei personaggi, che sperimentano reazioni inusitate a situazioni nuove? Alla fine, probabilmente, finiremo per conoscere meglio anche noi stessi. Come spiegato da Dal Ferro: “Occorre fare il viaggio come il marinaio di Locke, conoscendo la propria fune: ovvero se stessi. Alla domanda sul senso della vita, Seneca ha risposto dicendo che la felicità consiste nell’essere colpiti dalla morte nel momento della massima felicità. Possiamo solo cercare di essere felici come se ogni istante potesse essere l’ultimo, magari guardano un film disney o prendendo parte ad un evento di Popsophia”.

 

A questo punto, non ci resta che continuare a seguire il festival, augurandoci un buon viaggio negli infinitimondi del sé dentro di sé, tramite l’esperienza del fuori di sé. Il viaggio “verso l’infinito ed oltre” continua!

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