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TRA ANACRONISMO E CONTRADDIZIONE: VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI DAVID BOWIE
Data pubblicazione : 21/07/2019

di Maria Chiara Lorenzini

Vi siete mai chiesti quanta filosofia si celasse nelle canzoni di David Bowie? Allora lasciatevi guidare da Alessandro Alfieri, che tra “Life on Mars” e “Rebel Rebel” ci presenta il ritratto inedito di uno dei cantanti rock più amati di sempre.

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di Maria Chiara Lorenzni

Astronauta del rock, astro-cantautore: così Alessandro Alfieri battezza David Bowie, mentre si appresta a raccontarci l’universo celato nelle sue canzoni. Lo fa a Civitanova Alta, durante PopSound.

 

“Tanto per cominciare - ci racconta Alfieri - un primo elemento per comprendere Bowie è il tempo”. Il Duca Bianco, infatti, non segue una temporalità classica, ma amalgama insieme passato e futuro. Nel suo background culturale, cui fa sottilmente riferimento nei video e negli stessi brani, troviamo quella modernità classica che va dalla stravaganza del barocco ai preraffaelliti.

 

Ma Bowie non si ferma qui. Come sottolinea Alfieri, la sua non è una mera “teatralizzazione vintage fatta di riferimenti al passato”: riesce infatti a innestare nel suo orizzonte un panorama fantascientifico. Ed ecco che subentra allora il futuro! Ma siamo fuori strada se ci immaginiamo che Bowie lo intenda in maniera trionfalistica: assume una connotazione catastrofista, a tratti distopica. Un esempio? Basta (ri)ascoltare la melanconica ballata di “Life on Mars” per trovare immediata espressione di tale decadente pessimismo.

 

“Lo stesso anacronismo lo riconosciamo anche nella struttura dei brani”, continua Alfieri, e sorride un po’ mentre fa partire un estratto di un concerto live del Duca Bianco. Il perché di quell’impercettibile sorriso mi è subito chiaro mentre ascolto Bowie passare dal ritornello di “Starman” a quello di “Somewhere over the rainbow”, quasi fossero la stessa canzone. In quel concerto Bowie ha giocato a carte scoperte, mostrando palesemente la maniera in cui costruisce i suoi brani.

 

“Attinge al nostro passato, alla nostra infanzia, a quegli archetipi che sono già dentro di noi. Li riattualizza. Ecco perché, ascoltando per la prima volta una canzone di Bowie, abbiamo la sensazione di averla già sentita”, spiega infatti Alfieri. Di nuovo, dunque, passato e futuro mescolati insieme.

Un secondo pilastro della musica di Bowie è quello che possiamo chiamare, usando un termine nuovo, altrovità (“a noi filosofi piace molto inventare nuove parole”, scherza Alfieri): altro non è che il cambiamento continuo di identità. Con quanti soprannomi conosciamo David Bowie? Ziggy Stardust, Il Duca Bianco… ripensa alla propria identità, in un’evoluzione continua. È la frustrazione a spingerlo, il desiderio di migliorarsi e abbandonare ciò che non lo soddisfa più.

Infine, è impossibile non notare la coesistenza degli opposti, l’irriducibile contraddizione che fa da sfondo a tutto il percorso artistico di Bowie. Se in un primo momento abbraccia – anzi, fonda – il glam, vestendosi liberamente da donna e coprendosi di paillette, passa subito a indossare abiti eleganti (è il caso di “Young Americans”) o addirittura a fingere di simpatizzare per Hitler.

Il motore instancabile che lo muoveva era, in realtà, la sperimentazione. “Nessuno ha mai sperimentato come Bowie nell’orizzonte della musica rock - conclude infine Alfieri -, ed è questo che rende irraggiungibile la sua levatura artistica”.

 

E non poteva che concludersi con un lungo applauso questo viaggio alla scoperta di David Bowie che, dopotutto, è anche uno dei protagonisti indiscussi di questa nuova edizione di Popsophia.

 

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