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Una sfida lanciata alle stelle: Philippe Daverio indaga il Futurismo
Data pubblicazione : 21/07/2019

di Maria Chiara Lorenzini

Un grande ritorno, quello di Philippe Daverio a Popsophia. L’occasione? Raccontare il Futurismo, a 110 anni dalla pubblicazione del Manifesto.

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di Maria Chiara Lorenzini

Un grande ritorno, quello di Philippe Daverio a Popsophia. L’occasione? Raccontare il Futurismo, a 110 anni dalla pubblicazione del Manifesto.

“Quanti siete!”, esclama Daverio salendo sul palco, di fronte alla folla che lo accoglie con un applauso scrosciante. Poi, indicando con un cenno del capo la band Factory: “Ma siete tutti qui per ascoltare loro, vero?”. Elegantissimo, ironico, cocktail poggiato sul tavolo di fianco alla sua poltrona: il pubblico è già conquistato.

“Si fa prima a non essere seri”, continua, ma si predispone subito a diventarlo per cominciare un lungo viaggio alla scoperta di una delle più importanti avanguardie storiche, la prima anzi: il Futurismo.

Partiamo dalle origini: siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento, un’epoca caratterizzata da un’ingenua e appassionata simpatia per i motori e tutto ciò che è nuovo. In questo momento straordinario, comincia a serpeggiare tra i giovani un certo entusiasmo – misto ad una buona dose di frustrazione – che li porta a voler diventare i protagonisti. Rompendo con tutto ciò che è stato realizzato dalle passate generazioni: su questo incontro-scontro tra vecchio e nuovo si innesta il concetto stesso di Avanguardia.

Ma la rottura, prosegue Daverio, non avviene unicamente con la tradizione, perché si estende anche al rapporto con lo spettatore/fruitore: “Se ciò che faccio non viene riconosciuto e apprezzato dal pubblico non importa, anzi, tanto meglio – dice il critico d'arte -. Quello che conta, ora, è che ci sia un gruppo di amici e colleghi che condivide il mio lavoro”. La frattura, però, non riguarda anche il concetto di massa. Diciamo pure che senza massa, e il desiderio di guidarla, non potremmo parlare di Avanguardia.

È un fenomeno, questo, che ha radici molto antiche. “Nel De Bello Gallico Giulio Cesare parlava con crudeltà di Avanguardia - spiega infatti Daverio - In quel caso l’avanguardia consisteva in un gruppo di giovani che precedeva l’immensa massa delle legioni per andare incontro ai Galli, tornandone spennati o assassinati”.

Curioso notare che ciò che si è conservato nel Futurismo è anche questo pronto spirito di sacrificio per guidare le masse. Nella versione originale del Manifesto, in francese, Marinetti affermava di essere a favore delle grandi idee che uccidono; l’anno successivo, traducendolo in italiano, il concetto si evolve in una sollecitudine a sposare idee per le quali vale la pena morire.

E moriranno davvero, molti Futuristi, uccisi dalla stessa guerra – la Grande Guerra – che celebravano con entusiasmo nel Manifesto. Erano assolutamente impreparati alla realtà dei fatti: la trincea non è un luogo deputato alla gloria, ma alla morte, fatto di fango e insetti. Potremmo riassumere la filosofia del Futurismo in questa contraddizione, perché altro non era che, come afferma Daverio, “entusiasmo e incapacità combinati insieme”.

Oggi, 110 anni dopo, ci siamo evoluti, abbiamo una visione ecologica del mondo. Ma il Futurismo ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere la realtà.

“L’arte futurista è come una sorta di virus per la nostra mente: dopo averla vista, ragioneremo in maniera diversa - conclude quindi Daverio -. Ci porta ad esplorare orizzonti che non avevamo mai indagato. Il Futurismo è la mutazione della nostra percezione”.

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