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Verso l’infinito e oltre… ma non troppo: la Lectio di Umberto Curi
Data pubblicazione : 20/07/2019

di Maria Chiara Lorenzini

Umberto Curi inaugura la nuova edizione di Popsophia a Civitanova Alta, riflettendo sull’eterno contrasto tra la sete di infinito e la necessità di restare nei limiti.

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di Maria Chiara Lorenzini

Giovedì 18 luglio, nell’affascinante cornice del Chiostro di Sant’Agostino, ha preso avvio la nuova edizione del festival di Popsophia a Civitanova Alta. Il motto di quest’anno? “Verso l’infinito e oltre”. Un’espressione che, ormai – come sottolinea la direttrice artistica Lucrezia Ercoli – è entrata nell’immaginario popolare: impossibile non pensare immediatamente a Buzz Lightyear, il celebre giocattolo di Toy Story che credeva di essere uno space ranger in grado di volare.

 

Ecco dunque che Buzz diviene il simbolo di una drammatica dicotomia, dove l’innato desiderio di sconfinare i limiti del noto e del possibile si scontra con la realtà che siamo destinati ad accettare. Ed è su questo eterno contrasto che Umberto Curi imposta il suo intervento.

 

Curi ci trasporta immediatamente nell’Antica Grecia, in particolar modo a Delfi: qui, sul frontone del Tempio di Apollo, un’incisione recitava “Conosci te stesso”. La forma verbale con cui era espressa la sentenza non era quella di un semplice suggerimento, ma di un comandamento, un dovere, un obbligo. Mentre Socrate faceva proprio tale ammonimento, indagandosi e raggiungendo la consapevolezza dei suoi limiti, Eraclito ribatteva: “Ho indagato me stesso”. Ma il filosofo oscuro – così era chiamato Eraclito – aggiungeva anche qualcosa che sta alla base dell’intero pensiero greco: “Il sole non varcherà i confini, non andrà oltre, altrimenti le Erinni lo afferreranno e lo riporteranno al suo posto”.

 

È tipica della filosofia greca, infatti, l’idea che nessun limite debba essere mai varcato: la colpa più grande di cui un uomo si possa mai macchiare è la tracotanza, la dismisura, e di conseguenza la maggiore virtù a cui aspirare è il saper restare nei giusti limiti. Solo in questa maniera, infatti, è possibile raggiungere l’eudaimonia, la beatitudine.

 

Se l’incisione del Tempio di Delfi era considerata da alcuni un precetto da seguire, per altri simboleggiava invece un incentivo ad andare oltre. In tale senso, la letteratura greca ci presenta numerosissimi esempi. Basti pensare ad Icaro, che volò sempre più in alto, sempre più vicino al sole, fino a quando le giunture di cera delle sue ali si sciolsero facendolo precipitare; o a Prometeo, che di fronte alla decisione di Zeus di sterminare la razza umana donò a questa il fuoco per far sì che sopravvivesse; o, ancora, a Orfeo, simbolo dell’arte che non si arresta nemmeno di fronte al transito dalla vita alla morte, e a Edipo. Tutti questi personaggi, con la loro sete di infinito, andarono oltre i limiti imposti, e ne pagarono le conseguenze a caro prezzo.

 

Forse, ha continuato Curi, per capire bene il perimetro entro il quale muoverci dovremmo ricordare qualcosa che non viene quasi mai citato: tornando al tempio di Delfi, troviamo un altro motto, un’altra sentenza: “Nulla di troppo”. Come ha concluso Curi, ciò intorno a cui noi possiamo riflettere come lascito culturale dell’antichità greca sta nella relazione tra queste due sentenze: abbi il coraggio di conoscere te stesso, vai oltre, indagati, ma mai nulla di troppo.

 

 

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