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L’UOMO CHE SI FA DIO CON UNA DOMANDA CHE È LA STESSA. Maura Gancitano a PopIsm
Data pubblicazione : 06/08/2019

di Maria Grazia Gentili

Maura Gancitano, nell’appuntamento con Popism di sabato 27 luglio, ha posto al pubblico una riflessione sull’uomo di domani e il suo rapporto con la dimensione del sacro.

 

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di Maria Grazia Gentili

Maura Gancitano, nell’appuntamento con Popism di sabato 27 luglio, ha posto al pubblico una riflessione sull’uomo di domani e il suo rapporto con la dimensione del sacro.

 

Oggi la percezione del futuro è “essenzialmente declinata in negativo”, ci ha detto la filosofa. L’immaginario collettivo è costruito su scenari talmente sinistri e decadenti che non ha nemmeno senso chiedersi come saremo fra qualche tempo. È anche vero, però, che noi tendiamo a concepire il domani come un tempo in cui non sarà possibile l’errore. La scienza negli ultimi 150 anni ha raggiunto traguardi che prima non erano neppure immaginabili. Eppure, 150 anni fa, nessuno osava immaginare di riuscire a controllare tutto. Una certa aleatorietà di fondo rendeva il vivere meno certo, dunque minori erano le aspettative. Tuttavia, più tangibili erano le relazioni umane e la soddisfazione personale: il traguardo era concepito come risultato effettivo di uno sforzo. Oggi siamo persuasi che la facilità nel raggiungere certi obiettivi debba essere la norma.

 

Prendendo spunto da un’opera dello storico israeliano Yuval Noah Harari, “Homo Deus. Breve storia del futuro”, Maura Gancitano ha ripercorso le tappe salienti di un futuro caratterizzato da un impressionante livello tecnologico.

 

La tecnologia ci darà certamente un grado di benessere mai avuto, ma sul piano economico cresceranno le disparità e su quello emozionale aumenteranno i tentativi di ripristinare sensazioni autentiche. “Perché le persone - ha osservato la filosofa - sono le stesse di sempre”. Le risorse e i mezzi cambiano, ma la domanda è una.

 

Per Harari, l’uomo del futuro cercherà in maniera sempre più ossessiva l’immortalità, la felicità e l’acquisizione di poteri mai avuti. L’impianto nel corpo di parti inorganiche e l’utilizzo di algoritmi sempre più sofisticati renderanno quest’ultima possibile. Ma cosa stiamo perdendo in questa corsa al futuro?

 

Storicamente l’uomo ha sempre tratto sollievo da responsi e divinazioni, quali manifestazioni del sacro. Oggi con la tecnologia si registra la stessa ricerca a palliativi che non soddisfano nel lungo periodo il desiderio dell’uomo. Cerchiamo già di controllare la vita ed eliminare il dolore, ma quando ci affideremo completamente alla tecnologia per colmare vuoti di carattere emozionale avremo perso qualcosa. Le innumerevoli ma ricorsive esperienze simulate alla lunga non ci soddisferanno più. E ciò accadrà perché avremo perso la dimensione della sacralità, cioè la capacità di creare occasioni in cui provare emozioni senza l’utilizzo di un qualche strumento o surrogato. Perché affineremo molte capacità, ma perderemo il senso della meraviglia, che spesso nasce dalla difficoltà.

 

Come fare, dunque, per scongiurare questo pericolo? “Dobbiamo coltivare la bellezza” le conclusioni della Gancitano, e per riuscirci dobbiamo sperimentare qualcosa il cui esito sia incerto ma che una volta raggiunto o superato ci faccia stare bene con noi stessi.

 

 

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