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L’imperfezione umana come difesa contro la distopia: le lectio di Massimo Arcangeli e Tommaso Ariemma
Data pubblicazione : 03/08/2019

di Elisa Baiocco

Esemplificazione delle “magnifiche sorti e progressive”, sogno ad occhi aperti di un’umanità perfetta, mosaico di ingranaggi che funzionano all’unisono. L’utopia racchiude tutto questo. Tuttavia, come i sogni possono tramutarsi in incubi, così può succedere che la troppa perfezione dei meccanismi conduca dall’utopia al suo contrario: la distopia. Come spiega la direttrice artistica di Popsophia Lucrezia Ercoli, in apertura della Lectio Pop “Dal 1984 al 2084”.

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di Elisa Baiocco

Esemplificazione delle “magnifiche sorti e progressive”, sogno ad occhi aperti di un’umanità perfetta, mosaico di ingranaggi che funzionano all’unisono. L’utopia racchiude tutto questo. Tuttavia, come i sogni possono tramutarsi in incubi, così può succedere che la troppa perfezione dei meccanismi conduca dall’utopia al suo contrario: la distopia. Come spiega la direttrice artistica di Popsophia Lucrezia Ercoli, in apertura della Lectio Pop “Dal 1984 al 2084”. L’utopia futuristica in cui la tecnica predomina sull’essere umano, disumanizzandolo, conduce ad un futuro che raccoglie i peggiori fantasmi del passato; questo il caso del film Metropolis, del 1927, in cui giostre di corpi umani sembrano ingranaggi meccanici.

 

Tale opera di disumanizzazione manipola la realtà tramite “la manipolazione delle parole”, la tesi dell’intervento del linguista Massimo Arcangeli

 

“Le parole sono contenitori; quando ci vengono meno i significati e qualcuno ce li sottrae, capiamo che qualcuno ci sta controllando”, dice il relatore, ricordando che, anticamente, per rimuovere il ricordo del predecessore il potente di turno ne cancellava la memoria. Quand’è allora che uccidiamo la nostra lingua? Quando lasciamo che altri la violentino, quando decidiamo di non usarla, ce ne facciamo scivolare addosso la memoria o non riflettiamo abbastanza su quello che diciamo. La lingua, più che essere fatta di parole contenitori, è fatta di significati. Uccidere la lingua significa annientarne i significati, svuotando le parole. È quello che oggi sta avvenendo coi termini libertà, giustizia e democrazia. Le parole, col tempo, scompaiono dal vocabolario. Ad esempio, al tempo di Dante esisteva il color perso, caratterizzante le stoffe provenienti dalla Persia. Oggi queste ultime non ci sono più, dunque abbiamo perso parola per designare quel colore. Forse un giorno perderemo l’indaco, se non avremo più l’arcobaleno. Per preservare le parole occorre prendere spunto dal futuro alle spalle per proiettarlo avanti, ma ricordando che il passato è ormai alle spalle. Quindi non potrà tornare. “Siamo come un nano sulle spalle di un gigante, quest’ultimo indica il passato; solo stando così in alto è possibile vedere il futuro”, spiega Massimo Arcangeli.

 

Le emozioni continuano poi con il Philoshow “Un grande futuro dietro le spalle”, che vede protagonista Tommaso Ariemma. Ariemma ricorda che, citando Orwell, chi controlla il passato controlla il presente, chi controlla il presente controlla il futuro. Dagli anni ‘80 del secolo scorso, inoltre, non esiste più una rivoluzione sensata. Siamo di fronte alla fine del mondo, di un modo. Ci troviamo in rapporto paradossale dinnanzi al tempo, soprattutto dinnanzi il futuro: tutto sembra sfuggirci di mano, non abbiamo più il controllo. Com’è possibile pensare questo paradosso temporale? Un nerd - James Cameron - riesce a narrarlo, tramite la sua regia, proprio negli anni ’80, traendo spunto da uno dei suoi incubi peggiori; così che nasce il film Terminator. La pellicola racconta di un robot che torna dal futuro per scongiurare la nascita del leader di un movimento di resistenza al regime che sta per formarsi, attraverso l’uccisione di sua madre. Alla fine il futuro crea se stesso, così come il robot lo conosce, proprio tramite il processo che il robot innesca; siamo di fronte ad un loop temporale, ad un paradosso.

 

A partire da Terminator la riflessione sul tempo muta: si lotta, paradossalmente, per il futuro e contro il futuro. Il futuro è perciò alle spalle, la storia che siamo abituati a conoscere (quella in cui l’uomo è, citando Protagora, “misura di tutte le cose” e dominatore del mondo) è finita. Paradossalmente, non è nemmeno iniziata: “We are not the world”. Nelle parole di Tommaso Ariemma, “abbiamo, ancora una volta, il futuro alle spalle”, ed è proprio questo che condanna l’essere umano (che non si è creato da sé, ma è stato, heideggerianamente, gettato nel mondo) ad essere libero.

 

“La nostra identità di soggetti è in gioco. Chi è un replicante è capace di coscienza quando è capace di ricordare”, ci ricorda in conclusione dell’intervento Lucrezia Ercoli. L’individuo umano è quello caratterizzato dall’imperfezione. Così come la parola “collimare” è nata da un errore, anche la battaglia per la preservazione delle peculiarità umane si fonda sulle imperfezioni dei singoli, che rendono ogni nato “unico e diverso da chiunque altro abbia vissuto, vive e vivrà”, diceva Hannah Arendt.

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