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Fly me to the Moon - Viaggio sulla luna con Beatrice e Regazzoni
Data pubblicazione : 02/08/2019

di Alessandra Navazio

E’ il 20 luglio del 1969: la luna dell’ideale artistico e filosofico incontra il passo rivoluzionario di Neil Alden Armstrong. Un incontro frutto di una sincera fede nella scienza, che capovolge per sempre l’immaginario collettivo della luna e dell’uomo. Il philoshow “Fly me to the Moon” è un invito a riflettere sul prima e dopo l’allunaggio.

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di Alessandra Navazio

E’ il 20 luglio del 1969: la luna dell’ideale artistico e filosofico incontra il passo rivoluzionario di Neil Alden Armstrong. Un incontro frutto di una sincera fede nella scienza, che capovolge per sempre l’immaginario collettivo della luna e dell’uomo. Il philoshow “Fly me to Moon” è un invito a riflettere sul prima e dopo l’allunaggio. Nel mondo dell’arte, con Luca Beatrice, nella filosofia, con Simone Regazzoni.

 

Tante sono le opere che hanno descritto l’arrivo sulla luna prima dell’evento stesso. Beatrice ne propone una selezione peculiare. Dalla luna sublime del pittore napoletano Fergola alla spettroscopica interpretazione di luna come Luna Park di Felice Casorati, senza tralasciare l’immaginario figurativo di Kandinskij e di Chagall. Interessante è la proposta di uno dei quadri del pittore simbolista Karl Wilhelm Diefenbach, che introduce l’idea di una luna terrosa e imbrattata, grazie all’utilizzo di materiali innovativi.


Un’anticipazione, forse, di quell’oltrepassare il confine terrestre che, parafrasando Marinetti, avrebbe ucciso il chiaro di luna. Il critico d’arte ci sorprende, quindi, proponendo un altro esempio di materializzazione della luna. E’ il caso di Giulio Turcato, esponente dell’astrattismo italiano, che dipinge su gommapiuma come fosse il pavimento lunare. In Italia, l’astrattismo diviene spazialismo con Lucio Fontana e quella scomparsa di dimensioni dell’arte altro non è che una metafora dello spazio extraterrestre.


“L’arte ha da sempre immaginato la luna”, incalza Beatrice nelle note finali dell’intervento, e riporta, poi, l’ultimo esempio dell’excursus nella storia dell’arte: una scossa viscerale, che sorprende e ammutolisce. “Uno degli astronauti dell’Apollo 12, Alan Bean, a partire dagli anni ’80 realizza una serie di quadri sulla luna e la differenza tra lui e gli altri è che lui sulla luna ci è andato davvero”.
E allora, con il sottofondo inconfondibile di “Starman”, viene da ripercorrere mentalmente la carrellata dei quadri visti, delle pennellate su tela susseguitesi, per confrontarle tra loro ma soprattutto con la propria idea di luna, che sia favoleggiante o meno.

 

E’ ancora un po’ turbati che giungono, con tempismo impeccabile, le parole di Lucrezia Ercoli, direttrice del festival. “Il viaggio sulla luna è uno spaesamento ed estraniamento, un terremoto concettuale che inquieta e ci pone davanti ad una erranza”. E’ veramente la fine come suggerisce l’ensemble musicale Factory nell’intermezzo musicale? Interviene Regazzoni che, salvifico, aiuta a ricomporre i pensieri.

“La filosofia ha sempre osservato la luna dalla terra – dice - ed è come se non fosse mai stata sulla luna. Heidegger ne è la prova. Ha paura della perdita del geocentrismo. C’è bisogno di un nuovo filosofo, Stanley Kubrick. Con “2001: Odissea nello spazio” crea un accostamento di suoni e di immagini che bucano l’astro celeste”. Ciò che spaventa e turba assume, ora, un nome, traducendosi nell’incontro con l’altro.


In “2001: Odissea nello spazio” l’altro è un monolite nero, qualcosa di incommensurabile che per essere compreso deve essere accolto. La filosofia ci porta a pensare al rapporto con l’altro come alieno. Lì dove “alien” può essere al tempo stesso straniero, ospite e nemico. Ma dove e come si pone il confronto? La risposta è nel film “Arrival”: il primo messaggio alieno decifrato è “offriamo arma”. L’arma è inizialmente fraintesa ma, nel finale, non può che rivelarsi il miglior punto di mediazione tra popoli, ovvero il linguaggio. Ed è così che termina l’incontro e più che un volo verso la luna, è stato un viaggio interiore nella geografia dell’animo dell’altro e del proprio.


Come afferma, infatti, Dottor Snaut in Solaris: “Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L'uomo ha bisogno solo dell'uomo!”

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