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AI CONFINI DELLA REALTÀ E OLTRE CON RICCARDO DAL FERRO
Data pubblicazione : 01/08/2019

di Maria Grazia Gentili

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”. Con questo celebre monologo del replicante di “Blade Runner”, film del 1982, si è aperto l’intervento di venerdì 26 luglio del divulgatore, filosofo e youtuber Riccardo Dal Ferro. Il tema, la filosofia di Philippe K. Dick (1928- 1982), autore del romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da cui è stata tratta la famosa pellicola.

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di Maria Grazia Gentili

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”. Con questo celebre monologo del replicante di “Blade Runner”, film del 1982, si è aperto l’intervento di venerdì 26 luglio del divulgatore, filosofo e youtuber Riccardo Dal Ferro. Il tema, la filosofia di Philippe K. Dick (1928- 1982), autore del romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da cui è stata tratta la famosa pellicola.

 

“Perché partire da qui?”, ci chiede il filosofo. Beh, questo monologo ricalca un concetto che rispecchia la vita dell’autore americano: l’aver visto cose inimmaginabili è in fondo la cifra stilistica di questo genio che ha voluto sondare i propri abissi. Un uomo che non si è accontentato di fermarsi ai limiti conosciuti, ma ha fondato l’opera e la vita stessa sulla concezione della possibilità che ciò che riteniamo finito in realtà non sia che una finzione, una simulazione.

 

Autore che non solo ha ispirato gran parte dell’immaginario fantascientifico ma anche filosofico. “La fantascienza del secondo Novecento ha fatto più filosofia della filosofia stessa”, tiene a sottolineare il filosofo. Philippe K. Dick ci ha dato degli strumenti per guardarci meglio dalle illusioni di cui spesso siamo vittime. Se nella vita capita che ci chiediamo se ciò che stiamo vivendo sia reale o sia una qualche finzione, ebbene, con questo autore si raggiungono vette che per tutto il tempo della sua attività di scrittore possono considerarsi inesplorate.

 

Ma in che modo comprendere fino in fondo il genio di cui stiamo parlando? Philippe K. Dick è stato un folle. Non come siamo abituati a pensare certi artisti “pazzi”, sregolati e dannati: ciò di cui lui parla lo sperimenta in prima persona, e la stessa follia – si parla di un disturbo di tipo paranoide e di schizofrenia – è reale.

 

Qui lo youtuber racconta tre aneddoti, utili per comprendere i termini di questa follia geniale. Il primo di questi risale al periodo in cui Dick convive con la terza moglie in una casa in cui aveva già abitato durante l’infanzia e che dunque conosce molto bene: un giorno, entrando nel bagno, anziché accendere la luce tramite l’interruttore, con un gesto automatico cerca di tirare una cordicella che non esiste. In quel momento - continua a raccontare Riccardo Dal Ferro - si convince, ritenendo di avere avuto sempre una cordicella, che si siano divisi due universi paralleli e che in qualche modo sia stato gettato in quello in cui aveva sempre avuto l’interruttore.

 

L’altro aneddoto risale al 1974: Dick ha un figlio gravemente malato e nessun medico riesce a diagnosticare correttamente la malattia. Nei diari racconta che una notte si sveglia e vede davanti a sé aprirsi all’orizzonte una luce viola: questo squarcio luminoso lo inghiotte per un po’ e poi lo restituisce alla realtà. Potremmo pensare che sia frutto di un momento allucinatorio, ma qualcosa stravolge completamente la sua vita, perché subito dopo chiama i medici e riferisce il nome esatto del disturbo che ha il figlio, salvandolo. In quest’occasione si persuade che Valis (Vast active living intelligence system) - una sorta di dio di invenzione dickiana - lo abbia edotto sui misteri dell’universo ma in maniera disordinata, e che la sua missione sia quella di ricomporre nell’ordine esatto i dati acquisiti. Dal 1974 al 1982 Dick comincia quindi, ci spiega il filosofo, un’operazione di esegesi – di qui il nome dell’immensa mole di appunti - perché convinto che le sue dodici opere rappresentino il codice da utilizzare nell’operazione di decodificazione di quei dati.

 

E con l’ultimo aneddoto Riccardo dal Ferro ci conduce al 1962: mentre guida in direzione di San Francisco, Dick vede al posto della metropoli un accampamento romano. Episodio che non solo non considererà mai un’allucinazione, ma che gli fa ritenere di vivere all’interno di una simulazione prodotta nel 33 d. C. “The empire never ended”, diventa poi il suo motto.

 

Tre aneddoti per capire la natura della relazione che esiste tra la vita e le opere di quest’autore.

 

Philippe K. Dick non deve intrattenere o insegnare. Scrive principalmente con la sola finalità di comprendere: un’operazione di emendazione dell’intelletto da tutto ciò che è oscuro, che è esattamente ciò che fanno i filosofi.

 

Dal Ferro illustra quindi il tipo di simulazione costruito nel mondo dickiano. Pensiamo solamente a Matrix, film del 1999: il mondo simulato è realistico e addirittura vi sono degli elementi – il teatro, la finzione – per capire di essere al suo interno. Prendendo spunto dallo scenario del “cervello in vasca” del filosofo Hilary Putnam, secondo il quale un cervello collegato ad un supercomputer non avrebbe mai coscienza della realtà perché inserito all’interno di uno scenario che rappresenta la sua “vera realtà”, le simulazioni di Dick fanno invece perdere ai suoi personaggi la cognizione del reale. La finzione nei suoi romanzi è una transustanziazione: non una trasformazione ma un partecipare della sostanza che si assume, un diventare noi stessi la simulazione. Un concetto che viene espresso nel capolavoro “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”: qui la figura antagonista ritorna su Marte da un viaggio spaziale e propone una nuova droga, il Chew-Z, capace di proiettare la coscienza in simulazioni dalla durata potenzialmente infinita e in cui si rischia di confondere il tempo vissuto nella proiezione con quello reale. Il Chew- Z è una droga della transustanziazione: si diventa parte integrante della realtà creata. Noi diventiamo Palmer Eldritch e questo perché ci transustanziamo nel Chew-Z.

 

Quale significato assume allora la simulazione per Dick? Siamo sempre soliti pensare, e Dal Ferro si avvia alla conclusione, a manipolazioni ad opera di entità o persone malvagie, come se fossimo sempre vittime di un sistema intrinsecamente corrotto. Ma siamo noi a determinare il cambiamento. Siamo noi ad assumere il Chew-Z perché vogliamo evadere da una realtà che non ci soddisfa più. Ecco allora che con i suoi libri Philippe K. Dick ci ammonisce: ci conduce – profetizzando scenari ormai non più tanto distanti - oltre i limiti perché noi possiamo capire il peso e l’importanza, per il presente e per il futuro, delle nostre scelte, contro quel modello distopico sempre più diffuso che nega all’uomo ogni tipo di libertà.

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