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POP-FILOSOFIA: una rottura con la critica filosofica
Data pubblicazione : 26/07/2019

di Maria Grazia Gentili

“Je voudrais vous raconter une histoire”. Così ha esordito Laurent de Sutter domenica 21 luglio, in un incontro dedicato alla pop-filosofia e alle sue implicazioni nell'oggi. Prima presentato e tradotto da Sylvie Lighezolo, il filosofo belga, autore di “Qu'est-ce que la pop' philosophie?” è stato poi intervistato dal filosofo Simone Regazzoni.

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di Maria Grazia Gentili

“Je voudrais vous raconter une histoire”. Così ha esordito Laurent de Sutter domenica 21 luglio, in un incontro dedicato alla pop-filosofia e alle sue implicazioni nell'oggi. Prima presentato e tradotto da Sylvie Lighezolo, il filosofo belga, autore di “Qu'est-ce que la pop' philosophie?” è stato poi intervistato dal filosofo Simone Regazzoni.

 

Quando Gilles Deleuze pubblica nel 1972 insieme a Félix Guattari l’”Anti- Edipo”, opera in cui viene preso di mira il modello psicanalitico freudiano, parla già di pop-filosofia.

 

Pop-filosofia nasce senza alcuna presunzione teoretica: “non c’è niente da comprendere , è una connessione elettrica”, riferendosi al modo di porci di fronte non tanto a ciò che produce la cultura di massa, quanto a ciò che è dato per assodato dalla critica. Come quando guardiamo la tv e non ci chiediamo niente, ci dice De Sutter parafrasando Deleuze, dovremmo traslare questo tipo di approccio anche a certi riferimenti che possono dirsi esclusivo appannaggio della critica filosofica. Lo studioso, il moralista e l’accademico pronunciano un discorso di verità e si trae un giudizio finale: questo è il gioco filosofico. Ma se intendiamo seguire questa logica, dobbiamo tenere a mente che tutte queste figure non fanno altro che riconfermare “gli strumenti del pensiero che strutturano il loro sapere”, cioè idee e teorie che in fondo erano già le loro. Tutto il sapere viene incasellato all’interno di categorie predefinite.

 

Dov’è la novità allora? Quale il contributo della filosofia? Se la realtà accademica si fa superiore con i suoi giudizi dall’alto, la pop-filosofia fa l’inverso, si abbassa e si sottomette. Si badi bene, però, sottolinea il filosofo, che ciò non implica affatto una sottomissione passiva rispetto alle circostanze, a quel sapere strutturato. Pop-filosofia vuol dire trasformazione, apertura al cambiamento che l’incontro con il diverso può rendere possibile. “E’ l’atto di pensare in modo tale che ogni cosa possa dare vita a un’altra cosa”. Se ciò sembra astratto, prosegue De Sutter, in realtà è semplicissimo, perché significa solamente non rinunciare troppo in fretta, non chiudersi a questa novità. Si tratta di inventare storie, immaginare, fare del pensiero “una sorta di fantascienza che ci permetta di girarci verso ogni cosa”, continua De Sutter.

 

E arriviamo all’intervista con Simone Regazzoni, che subito annuncia il carattere antitetico dell’incontro che ha in mente rispetto al consueto scambio dialettico della domanda e della risposta: se facessimo così, ci dice il filosofo, tradiremmo il senso della pop-filosofia, in cui invece vale tutto. E vale tutto perché “n’importe quoi”, non importa quale sia l’oggetto del nostro pensare. Qui l’intervistatore fa proiettare una scena tratta da “James Bond 007 - Casino Royale”, nella quale il celebre personaggio, occupato con lo spionaggio, si trova a dire di aver inventato - per una pura casualità - un buon cocktail. Cosa c’entra? Beh, pop-filosofia vuol dire esattamente questo: non accettare aprioristicamente le regole del gioco, ma essere pronti all’interruzione, all’elemento di disturbo.

 

Ed ecco che, con grande sorpresa di tutti, Regazzoni fa portare due Martini Dry: e comincia l’intervista. Alla domanda se la pop-filosofia disturbi, De Sutter tiene a specificare che, se questa “corrente” può sembrare finzione nel senso di messa in scena, in realtà la stessa filosofia è nata come uno spettacolo dove ciascuna parte ha sempre recitato un ruolo. La differenza però sostanziale, dice, è che la pop-filosofia non toglie la scena a qualcos’altro, non demonizza altre categorie. Il rapporto con la verità è conflittuale e per questo motivo il discorso critico qui non ha più cittadinanza. Se con Kant la filosofia si è dotata di armi concettuali, la pop-filosofia parte dal presupposto che non ci sia niente da combattere.

 

Qui Regazzoni chiede al filosofo se la pop culture non sia terreno privilegiato della pop-filosofia e De Sutter risponde che, nonostante per sua stessa definizione la pop-filosofia non abbia alcuna preferenza, è indubbio che la cultura di massa offra appigli strategici. Ciò non significa affatto tentare di elevare Star Wars a Shakespeare, ma significa leggere semmai Shakespeare come se fosse Star Wars o Mad Men.

 

E siamo all’ultima domanda, che può chiudere e sintetizzare l’intervento, sul significato per De Sutter dell’alcol nei suoi libri. Il filosofo ci dice che ciò che gli interessa è l’ubriachezza, intesa come antica dimensione di socializzazione. Ubriacarsi è “un’esperienza del fuori”, è una metafora dell’intera esistenza: quando si beve, non si è sicuri di avere ancora il pieno controllo. È un’ascesi verso la dimensione del fuori e questa incertezza ci rende coscienti della precarietà delle cose, del fatto che in fondo l’uomo non ha risposte da difendere, ma solo domande.

 

 

 

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