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Riflessioni sul teorema giudiziario e sulla Trattativa Stato-Mafia
Data pubblicazione : 20/12/2018

di Maria Chiara Lorenzini

 

È un freddo sabato di metà novembre e il Teatro Lauro Rossi di Macerata è affollato in ogni dove: è su questo scenario che Beniamino Migliucci introduce il secondo appuntamento de “Il Processo Kafkiano” che avrà come ospiti il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno intervistati dal direttore de "Il Dubbio", Piero Sansonetti.

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È un freddo sabato di metà novembre e il Teatro Lauro Rossi di Macerata è affollato in ogni dove: è su questo scenario che Beniamino Migliucci introduce il secondo appuntamento de “Il Processo Kafkiano”. Innanzitutto, partiamo dal nome: perché chiamare questa rassegna “processo kafkiano”? Ecco che Migliucci mostra quindi quanto le pagine di uno dei sommi capolavori di Kafka, “Il Processo”, ci trasmettano il senso dell’angoscia, del turbamento per un processo che si sa quando inizia, ma di certo non si sa quando finisce.  Nulla di troppo immaginario, in realtà, perché spesso e volentieri è questa la realtà dei processi giudiziari.

A rendere ancora più pesante la situazione sta il fatto che a presidiare un processo dovrebbero esserci delle regole, ma oggi come oggi si vive di slogan, di twitter, e, senza rendersene conto, ci si allontana dai principi costituzionali: il processo mediatico si sovrappone a quello giudiziario. Le cause e le conseguenze di questa nuova veste dei processi stanno nel fatto che, tanto per cominciare, i vari temi che contraddistinguono i processi non vengono veramente approfonditi, e si lasciano passare idee sbagliate. Inoltre, si dimentica spesso e volentieri la presunzione di innocenza e l’idea che per raggiungere la giustizia si debba allungare quanto più possibile i confini della prescrizione. Nessuno racconta alle persone – le stesse che magari gridano slogan pregni di indignazione - che si possa essere sotto processo per più di vent’anni, finendo così per ledere il diritto basilare di ogni cittadino di vivere serenamente.

Sulla scia dell’introduzione di Migliucci, Piero Sansonetti ha intervistato l’ex direttore del Sisde Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno: due nomi che risuonano come un’eco all’interno del teatro ammutolito dall’emozione.  La loro presenza onora la memoria di quei due grandi magistrati che combattevano la mafia: Falcone e Borsellino. In un attimo siamo riportati al 1992, alla morte di questi due eroi, che avevano capito cosa fosse la mafia e come funzionasse, costruendo insieme il più grande processo contro Cosa Nostra, in un’Italia non ancora convinta della sua esistenza. Erano in pochi ad essere sulla stessa lunghezza d’onda di Falcone: tra questi, appunto, De Donno e Mori. Sono due delle persone viventi che, oltre ad aver lavorato fianco a fianco con Falcone, più di tutti hanno dato nella lotta alla mafia, arrivando a grandi risultati: basti pensare all’arresto di Riina. Il loro caso è esemplare, perché sono finiti a processo varie volte, di cui l’ultimo concluso pochi mesi fa, accusati di aver condotto con Cosa Nostra la Trattativa Stato-Mafia. Accolti con applausi di commozione, il loro racconto ha tenuto incollato ogni spettatore tra il pubblico fino alla fine.

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