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Il dramma del processo giudiziario: Carlo Nordio a Philodiritto riscopre l’attualità del mito di Antigone
Data pubblicazione : 17/12/2018

di Maria Chiara Lorenzini

Carlo Nordio ospite della seconda edizione di Philodiritto indaga la differenza tra la legalità e la giustizia: la legalità riflette quelle che sono le scelte politiche del legislatore, mentre la giustizia rispecchia dei comandamenti che sono scritti nei nostri cuori.

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Chiunque abbia studiato letteratura greca, avrà sicuramente fatto la conoscenza di Antigone. Sofocle mette in scena questo imprescindibile personaggio del mito greco mostrandoci tutta la sua drammaticità: la vicenda della giovane figlia di Edipo che, pur di dare degna sepoltura ad un membro della sua famiglia, va contro la legge abbracciando una pena mortale, ci strazia fin nel profondo. E, d’altronde, non è proprio questo il fine della tragedia greca? Toccarci le corde dell’anima presentandoci una situazione che potrebbe capitare ad ognuno di noi, nella nostra inattaccabile quotidianità. E la potenza di questa lezione dura tutt’oggi, nel ventunesimo secolo, nel nostro evoluto mondo 2.0.

Sono passati secoli e secoli da quando l’Antigone venne rappresentata per la prima volta, ma il dramma della contrapposizione tra le leggi non scritte e le leggi scritte è più attuale che mai. Come infatti sottolinea il giurista e scrittore Carlo Nordio nel corso del suo intervento a Philodiritto, la differenza tra la legalità e la giustizia è all’ordine del giorno e spesso molto marcata: la legalità riflette quelle che sono le scelte politiche del legislatore, mentre la giustizia rispecchia dei comandamenti che sono scritti nei nostri cuori. Ma in un Paese democratico e laico come il nostro, la legalità deve prevalere sulla giustizia, ed è in questo che si manifesta pienamente l’importanza del processo.

Il processo penale esiste dal momento che bisogna tutelare l’innocente e condannare il colpevole, e tra questi due poli si articola tutto il dramma del diritto. Questo ci porta a chiederci: perché lo Stato punisce? La teoria classica dice che si punisce perché si deve espiare la propria colpa, mentre secondo un’altra teoria si punisce per intimidire : in realtà, si punisce per placare l’allarme sociale. Se non ci fosse il diritto, i cittadini si farebbero giustizia da soli. 

Dunque, il magistrato penale che si trovi a regolare un processo ha tra le mani un grande potere che deriva da una responsabilità che, se possibile, è ancora più grande che va a incidere sulle due colonne portanti di un essere umano: la libertà e l’onore. È chiaro quindi quanto sia importante che un magistrato conosca i propri limiti e la propria capacità di giudicare.

L’umiltà e il buonsenso non si studiano sui libri di diritto, ma si apprendono dalla cultura generale: è questa che ti permette di metterti nei panni di chi hai di fronte,  di capire la sofferenza e l’umiliazione provati nel subire un processo. Non dovremmo mai sottovalutare l’importanza della cultura, che è davvero alla base di ogni nostra azione quotidiana.

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