Martedì 19 Marzo 2013 21:01
Rashomon, la fede nell’uomo, l'unica verità possibile
di Emanuela Sabbatini
La verità è conoscibile? E se sì, è comunicabile? Due domande, queste, sulle quali ci siamo interrogati sin dal primo appuntamento della Popcrime di quest’anno. Giunti al terzo incontro, quello conclusivo, andiamo a scoperchiare l’otre che Eolo aveva regalato ad Ulisse, e con "Rashomon" non raggiungiamo un porto sicuro ma ci perdiamo nuovamente nell’oceano dell’interrogazione filosofica.
La vicenda narrata dal capolavoro di Kurosawa è di fatto semplice. Un viandante, un monaco e un taglialegna si raccolgono alle porte della città di Kyoto, sotto la rovina di Rashomon, per ripararsi dalla pioggia battente. Qui inizia un terribile racconto. Il film si svolge attraverso la pratica fiabistica dello storytelling. Un samurai viene trovato morto in una foresta. Le versioni relative all’omicidio del guerriero sono quattro e sono tutte discordanti. Il bandito Tajomaru, accusato dell’omicidio, dichiara alla polizia di essere stato lui. Dopo aver stuprato la moglie del samurai, infatti, era stato sollecitato dalla donna, a battersi con il marito per salvarle l’onore. Da questa lotta il bandito ne sarebbe uscito vincitore, condannando alla morte il guerriero. Al contrario, la donna sostiene che, dopo lo stupro, leggendo negli occhi del marito tutto il disprezzo e la freddezza che provava ormai per lei, lo avrebbe incitato ad ucciderla, senza successo. Stremata dal dolore e svilita sarebbe poi carambolata sul corpo del marito ed accidentalmente lo avrebbe pugnalato col coltello che gli porgeva per giustiziarla. Lo spirito del samurai, interpellato da una medium, invece, dichiara di aver scelto il suicidio pur di sfuggire al dolore provato. L’ultima versione è poi quella del narratore, il taglialegna che racconta di essere testimone oculare dell’accaduto. Tajomaru infatuato dalla donna, le avrebbe chiesto di scappare con lui. Lei lo avrebbe incitato a battersi con il marito per amore suo. Il samurai però si sarebbe rifiutato di battersi per una sgualdrina. Colpita da tanta cattiveria e disonore, la donna avrebbe poi architettato un piano per indurli a battersi non in maniera leale e nel frattempo si sarebbe data alla fuga.
La verità è conoscibile? E se sì, è comunicabile? Due domande, queste, sulle quali ci siamo interrogati sin dal primo appuntamento della Popcrime di quest’anno. Giunti al terzo incontro, quello conclusivo, andiamo a scoperchiare l’otre che Eolo aveva regalato ad Ulisse, e con "Rashomon" non raggiungiamo un porto sicuro ma ci perdiamo nuovamente nell’oceano dell’interrogazione filosofica.La vicenda narrata dal capolavoro di Kurosawa è di fatto semplice. Un viandante, un monaco e un taglialegna si raccolgono alle porte della città di Kyoto, sotto la rovina di Rashomon, per ripararsi dalla pioggia battente. Qui inizia un terribile racconto. Il film si svolge attraverso la pratica fiabistica dello storytelling. Un samurai viene trovato morto in una foresta. Le versioni relative all’omicidio del guerriero sono quattro e sono tutte discordanti. Il bandito Tajomaru, accusato dell’omicidio, dichiara alla polizia di essere stato lui. Dopo aver stuprato la moglie del samurai, infatti, era stato sollecitato dalla donna, a battersi con il marito per salvarle l’onore. Da questa lotta il bandito ne sarebbe uscito vincitore, condannando alla morte il guerriero. Al contrario, la donna sostiene che, dopo lo stupro, leggendo negli occhi del marito tutto il disprezzo e la freddezza che provava ormai per lei, lo avrebbe incitato ad ucciderla, senza successo. Stremata dal dolore e svilita sarebbe poi carambolata sul corpo del marito ed accidentalmente lo avrebbe pugnalato col coltello che gli porgeva per giustiziarla. Lo spirito del samurai, interpellato da una medium, invece, dichiara di aver scelto il suicidio pur di sfuggire al dolore provato. L’ultima versione è poi quella del narratore, il taglialegna che racconta di essere testimone oculare dell’accaduto. Tajomaru infatuato dalla donna, le avrebbe chiesto di scappare con lui. Lei lo avrebbe incitato a battersi con il marito per amore suo. Il samurai però si sarebbe rifiutato di battersi per una sgualdrina. Colpita da tanta cattiveria e disonore, la donna avrebbe poi architettato un piano per indurli a battersi non in maniera leale e nel frattempo si sarebbe data alla fuga.
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Venerdì 15 Marzo 2013 18:44
Popcrime. Appuntamento su "Schegge di paura", il resoconto
di Simona Damen
Il tema del vero e del falso, in questo secondo appuntamento de Le idee di Marzo, è stato affrontato dal punto di vista della verità come creazione.
L’occasione per il dibattito è stata offerta dalla proiezione dell’estratto del film giallo Schegge di paura, del 1996, che discostandosi dal classico film di genere, destabilizza lo spettatore durante tutta la vicenda e principalmente nella parte conclusiva. Quando, infatti, nei film giallo-polizieschi viene fatta chiarezza e viene scoperto il colpevole di un delitto, il pubblico si sente tranquillizzato, consolato per aver scoperto la verità; tutto torna in ordine, ogni cosa è di nuovo al suo posto e non c’è più alcun pericolo. Diversamente, in Schegge di paura, quando la verità si disvela nella sua mendacità, lo spettatore si sente pervaso da una forte inquietudine filosofica, perché, contrariamente a quanto dovrebbe accadere, è dalla risposta che inizia il vero dramma, tutto è disordine e fa orrore, il principio di identità viene scardinato dalla menzogna della realtà.
Il tema del vero e del falso, in questo secondo appuntamento de Le idee di Marzo, è stato affrontato dal punto di vista della verità come creazione. L’occasione per il dibattito è stata offerta dalla proiezione dell’estratto del film giallo Schegge di paura, del 1996, che discostandosi dal classico film di genere, destabilizza lo spettatore durante tutta la vicenda e principalmente nella parte conclusiva. Quando, infatti, nei film giallo-polizieschi viene fatta chiarezza e viene scoperto il colpevole di un delitto, il pubblico si sente tranquillizzato, consolato per aver scoperto la verità; tutto torna in ordine, ogni cosa è di nuovo al suo posto e non c’è più alcun pericolo. Diversamente, in Schegge di paura, quando la verità si disvela nella sua mendacità, lo spettatore si sente pervaso da una forte inquietudine filosofica, perché, contrariamente a quanto dovrebbe accadere, è dalla risposta che inizia il vero dramma, tutto è disordine e fa orrore, il principio di identità viene scardinato dalla menzogna della realtà.
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Venerdì 15 Marzo 2013 11:47
POPCRIME REGISTRA IL TUTTO ESAURITO E SI PREPARA ALL'ULTIMO APPUNTAMENTO
TOLENTINO 15/3/2013 - Nonostante la pioggia battente di ieri, il secondo appuntamento di Popcrime, le idee di marzo, rassegna organizzata da Popsophia con la Camera Penale di Macerata e Performance Strategies, ha registrato il tutto esaurito. La sala dell’auditorium del Castello della Rancia di Tolentino ha ospitato la penultima conferenza, dedicata al film Schegge di paura.Due i grandi assenti: il comandante dei Ris di Messina, Sergio Schiavone, per impegni istituzionali e il filosofo Umberto Curi, a causa dell’influenza. A sostituire il prof. Curi è stata la filosofa, responsabile delle rassegne filosofiche di casa Popsophia, Lucrezia Ercoli. Accanto a lei sul palco l’avvocato del foro bolognese, nonché ex docente del polo maceratese, Luigi Stortoni, e il presidente della Camera Penale di Macerata, Vando Scheggia, nelle vesti di presentatore.
Il vero e il falso, temi su cui ha ruotato la rassegna, sono stati indagati in ambito processuale e filosofico a partire dalle idee lanciate dal film. L’Avvocato Stortoni si è soffermato sul concetto di dibattimento come luogo di esercizio del contraddittorio, utile alla definizione dell’accaduto probabile, e sulla figura dell’avvocato penalista come “coscienza in prestito”. La Dott.ssa Ercoli, invece, ha indagato dal punto di vista filosofico la verità come creazione, come costruzione, ovvero la menzogna connotata in senso extramorale: un escamotage umano utile a garantire la sopravvivenza a questo mondo.
L'ultimo appuntamento con Popcrime, dedicato a Rashomon, è per giovedì 21 marzo alle 17 con il filosofo Umberto Curi, l’avvocato penalista e ordinario di psicologia Guglielmo Gulotta, il Presidente UCPI Valerio Spigarelli e l’avvocato Vando Scheggia.
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Lunedì 11 Marzo 2013 16:16
Schegge di paura, la verità come creazione
di Emanuela Sabbatini
Che razza di verità è quella che non fa coincidere verità storica e verità giuridica? Di che verità parliamo quando essa perde l’essenza rassicurante dell’assolutezza e si cala invece nel contesto specifico e nelle regole che lo definiscono?
Umberto Curi, nel primo appuntamento della Popcrime, quello dello scorso giovedì su "Lie to me", aveva sottoposto la questione, e nel farlo, aveva anticipato il tema saliente del secondo appuntamento della rassegna che quest'anno ha come tema "Il vero e il falso".
“Schegge di paura” è di fatto un film sulla verità. Su quella verità che si rivela la più temibile delle menzogne e che rinnova, all’interno del dibattimento per raggiungerla, una questione ancora scottante legata al diritto di difesa. Si tratta davvero di un diritto legittimo anche quando ad essere accusato è colui che ha commesso il crimine?
Ma andiamo con ordine.
Il film inizia tratteggiando la figura del brillante avvocato penalista Martin Vail (Richard Gere), alle prese con la difesa di un ragazzo di diciannove anni accusato dell’omicidio dell’arcivescovo di Chicago.
Che razza di verità è quella che non fa coincidere verità storica e verità giuridica? Di che verità parliamo quando essa perde l’essenza rassicurante dell’assolutezza e si cala invece nel contesto specifico e nelle regole che lo definiscono? Umberto Curi, nel primo appuntamento della Popcrime, quello dello scorso giovedì su "Lie to me", aveva sottoposto la questione, e nel farlo, aveva anticipato il tema saliente del secondo appuntamento della rassegna che quest'anno ha come tema "Il vero e il falso".
“Schegge di paura” è di fatto un film sulla verità. Su quella verità che si rivela la più temibile delle menzogne e che rinnova, all’interno del dibattimento per raggiungerla, una questione ancora scottante legata al diritto di difesa. Si tratta davvero di un diritto legittimo anche quando ad essere accusato è colui che ha commesso il crimine?
Ma andiamo con ordine.
Il film inizia tratteggiando la figura del brillante avvocato penalista Martin Vail (Richard Gere), alle prese con la difesa di un ragazzo di diciannove anni accusato dell’omicidio dell’arcivescovo di Chicago.
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Venerdì 08 Marzo 2013 15:29
Popcrime. Appuntamento su "Lie to me", il resoconto
di Simona Damen
Ieri presso il Castello della Rancia di Tolentino, ha preso il via la rassegna “Pop-Crime, Le idee di marzo”. Seguendo il filo conduttore de “Il vero e il falso”, tema della rassegna, la filosofia esce dall’accademia ed indaga crimine e diritto attraverso l’arte scenica, che quest’anno non sarà circoscritta al solo cinema: la fiction è stata, infatti, protagonista del primo dibattito.
La serie tv ben si sposa con l’indagine filosofica del pop, essa tratta e spettacolarizza gli eventi e gli accadimenti del presente e, diversamente dal film, non finisce.
Seguendo una fiction noi spettatori prendiamo parte ad una sorta di gioco, per cui ciò che guardiamo ci ri-guarda e questo rende la nostra vita un serial, senza fine, come la fiction che stiamo guardando. In particolare il telefilm americano Lie to me, mette in evidenza come il vero e il falso siano un tema cruciale tanto per la filosofia quanto per il diritto.
Ieri presso il Castello della Rancia di Tolentino, ha preso il via la rassegna “Pop-Crime, Le idee di marzo”. Seguendo il filo conduttore de “Il vero e il falso”, tema della rassegna, la filosofia esce dall’accademia ed indaga crimine e diritto attraverso l’arte scenica, che quest’anno non sarà circoscritta al solo cinema: la fiction è stata, infatti, protagonista del primo dibattito. La serie tv ben si sposa con l’indagine filosofica del pop, essa tratta e spettacolarizza gli eventi e gli accadimenti del presente e, diversamente dal film, non finisce.
Seguendo una fiction noi spettatori prendiamo parte ad una sorta di gioco, per cui ciò che guardiamo ci ri-guarda e questo rende la nostra vita un serial, senza fine, come la fiction che stiamo guardando. In particolare il telefilm americano Lie to me, mette in evidenza come il vero e il falso siano un tema cruciale tanto per la filosofia quanto per il diritto.
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Martedì 05 Marzo 2013 14:13
Lie to me, la verità esiste ed è scritta sui nostri volti
di Emanuela Sabbatini
“Era l'uomo più brutto che venne sotto Ilio. Era camuso e zoppo di un piede, le spalle eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio aguzzo in cima, e rado di pelo fioriva.”
Così nell’Iliade di Omero veniva descritto Tersite, personaggio codardo e malvagio, esempio tipico dell’antieroe classico. La cattiveria emerge nei tratti somatici e al bello, buono e giusto non può che sostituirsi il brutto, cattivo e criminale.
Ma non è solo il mondo classico a definire nell’estetica i tratti del crimine. Una legge medioevale decretava che se due persone venivano sospettate di reato, era da considerarsi colpevole quella più brutta e deforme.
Prima ancora che Cesare Lombroso potesse maturare la propria teoria sul “criminale per nascita” secondo la quale “l'origine del comportamento criminoso è insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale”, un elenco fitto di teorie e credenze associavano tratti estetici a tratti comportamentali devianti.
Al di là dello spiegare la criminalità con fattori biologici, c’è però un tratto fondamentale che emerge. Il malvagio è palese, cioè visibile, identificabile e con esso diviene facile discernere il buono dal criminale, l’innocente dal colpevole, il vero dal falso.
Ciò che afferisce alle categorie di vero e falso, secondo tali teorie, è indicabile attraverso una serie di parametri estetici.
“Era l'uomo più brutto che venne sotto Ilio. Era camuso e zoppo di un piede, le spalle eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio aguzzo in cima, e rado di pelo fioriva.”Così nell’Iliade di Omero veniva descritto Tersite, personaggio codardo e malvagio, esempio tipico dell’antieroe classico. La cattiveria emerge nei tratti somatici e al bello, buono e giusto non può che sostituirsi il brutto, cattivo e criminale.
Ma non è solo il mondo classico a definire nell’estetica i tratti del crimine. Una legge medioevale decretava che se due persone venivano sospettate di reato, era da considerarsi colpevole quella più brutta e deforme.
Prima ancora che Cesare Lombroso potesse maturare la propria teoria sul “criminale per nascita” secondo la quale “l'origine del comportamento criminoso è insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale”, un elenco fitto di teorie e credenze associavano tratti estetici a tratti comportamentali devianti.
Al di là dello spiegare la criminalità con fattori biologici, c’è però un tratto fondamentale che emerge. Il malvagio è palese, cioè visibile, identificabile e con esso diviene facile discernere il buono dal criminale, l’innocente dal colpevole, il vero dal falso.
Ciò che afferisce alle categorie di vero e falso, secondo tali teorie, è indicabile attraverso una serie di parametri estetici.
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